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Arte Sacra

CHIESA DI SANT'ANTONIO ABATE

 

L’ANTICA PIEVE DI SANT’ANTONIO ABATE IN ALTA VALLE D’ ALPONE

di BRUNO MENASPA' - ( dal libro “Lessinia – territorio e cultura” a cura di Piero Piazzola e Giuseppe Rama. Curatorium cimbricum veronense, 2002)

 

Il territorio dell’alta Valle dell’Alpone si presenta con l’aspetto di un ampio anfiteatro digradante a mezzogiorno. E’ chiuso alle spalle dalle alture del Pergo, dello Spilecco e dalla Purga di Bolca, che scarica i suoi basalti del lato sud orientale sopra la Pessara della valle dei Cherpa, nelle cui lastre di sedime marino di 50 milioni di anni fa sono narrate, con bellezza unica al mondo, le tappe importanti della vita e della storia della terra.
Sul lato occidentale invece il territorio è profondamente inciso dal corso dell’Alpone. Il torrente nasce alle falde dello Spilecco (“monte aguzzo”).in località Scaronsi (“torrentelli sassosi”) e dopo aver levigato i lastroni di biancone del Paroléto e della Preàra, supera con fragore il Burilòn, precipitando nella valle dei Gaji, dove fu attivo fino agli anni ’60 il “Mulin del Moro de Giusti”. L’Alpone prosegue il suo corso graffiando i fianchi delle Giarole (“piccoli ghiaieti”) e dopo la cascata Stanghellini esce con forza al Mulin del Vesco, sbattendo sui basalti colonnari della Frata.
Il toponimo Frata è assai raro e di significato piuttosto incerto . “Fratta” , in ital. intende “macchia intricata di pruni”, mentre “Frata” in Cadore e Valsugana sta per “bosco reciso” “terreno recentemente disboscato”. Alla sommità di questo cono vulcanico, tra le fronde di una vegetazione viva e rigogliosa, si delinea con rara bellezza la sagoma leggera della Chiesetta di Sant’Antonio, la testimonianza più antica di architettura religiosa dell’Alto Alpone.
La costruzione , nella sua parte primitiva, risale al XII secolo e fu per un lungo periodo di tempo il centro religioso più importante e più frequentato dalla popolazione dell’intero territorio. In epoca preistorica il sito ebbe grande rilevanza. Secondo lo storico F. Zorzi gli Euganei, una stirpe affine ai Liguri, di origine Danubio-Balcanica, sospinti alle spalle dai Veneti si sarebbero inoltrati in questi luoghi. Per meglio difendersi si stabilirono sulle alture, costruendo quei villaggi fortificati con mura a secco e palizzate, i “castellieri”, che consentivano loro di dominare le valli.
I luoghi interessati da questi villaggi sarebbero stati, nell’Alto Alpone il monte Biron, il monte Castellaro, la Purga di Bolca e, appunto, il Colle di Sant’Antonio (la Frata) a Vestenavecchia.
In epoca successiva, con la costruzione della Via Postumia (148 a.C.) che attraversava, all’imboccatura, la valle dell’Alpone tra Monteforte e Sarmazza, le popolazioni conobbero la dominazione romana. Il fatto è testimoniato dal nome stesso di Vestena, che sarebbe, come sostiene Gianni Rapelli, di chiara derivazione dal nome di un colono Vèstina, affine a Vestinius, nomi entrambi derivati dal personale latino Vestius. Nell’alto Medioevo il luogo doveva essere ben noto e già intensamente abitato. In un documento del 1145 infatti, per meglio localizzare la chiesa di S.Salvatore situata nelle vicinanze dell’odierno Castelvero, si dice che “non era molto lontana dalla rocca chiamata Vestena”.
Il riferimento qui è senza dubbio ai versanti ripidi e scoscesi del lato meridionale della Frata su cui sorge la chiesa di Sant’Antonio. Ma il testo più ampio del manoscritto riportato dal Cipolla sembra anche lasciar intendere qualcosa di ben più importante di una semplice indicazione toponomastica . Si parla infatti esplicitamente della comunità monastica di S.Mauro e di quella benedettina dell’Abbazia di Badia Calavena.
Sembra pertanto potersi dedurre che, almeno nella fondazione e nella prima organizzazione religiosa della Chiesa di Sant’Antonio, ci potesse essere un qualche legame di continuità con quelle comunità religiose già costituite e consolidate. In seguito Sant’Antonio accrebbe senz’altro la sua autonomia ed importanza. Questo è testimoniato ad esempio da una esplicita citazione pittorica in una Pala di G.Dalla Corte datata 1582 ed esposta nella Parrocchiale di S.Giovanni Ilarione.
La linea romanica del suo profilo architettonico appare qui con limpida raffigurazione e con sorprendente rispondenza a quella odierna. Ma ancor più rilevante a tal proposito è una preziosa tela del XVIII secolo esposta sull’altare dedicato a S.Rocco nella Chiesa parrocchiale di Vestenanova.
Nella parte centrale fa da sfondo una processione che risale il monte con stendardi e statue votive verso la Chiesa di Sant’Antonio.
Il fatto è una conferma di quella tradizione orale ripetuta dagli anziani, secondo la quale “una volta tutti andavano a messa a Sant’Antonio sulla Frata”. Don L. Pavoncelli che fu Parroco di Vestenavecchia dal 1852 al 1883, ci ha lasciato una sintetica relazione sulla storia di questa chiesa. “La Chiesa di Sant’Antonio – ci riferisce- fu la prima che poi fu ingrandita e allungata più del doppio. Aveva quattro altari di legno e muro, molte statue di Santi, due quadri,uno della S.ma Trinità, uno di Sante aveva sulle pareti molti Santi dipinti e fatti della scrittura vecchia e nuova, un campanile con due campane del peso in tutto di 170 in circa, screpolati i muri e diroccati le pareti nonché il campanile, corote erose le statue e tutto in disordine tutto quello che si è potuto conservare nel restauro si è ridato a miglior forma e conservato “.
In seguito, sul finire del ‘400, venne edificata “ a pié del monte” una nuova chiesa con la facciata rivolta a sera e annesso cimitero. Aveva la stessa forma di quello di Sant’Antonio, un campaniletto con due campanelle di trenta pesi in tutte due e sei altari. Fu in questa nuova Chiesa Parrocchiale, come racconta Piero Piazzola nella sua puntuale ricostruzione delle visite pastorali in Lessinia, che il 25 giugno 1530 giunse il Vescovo di Verona Gian Matteo Giberti, uno dei protagonisti del Concilio di Trento.
Dopo i preliminari e le cerimonie previste per la visita alla comunità e dopo la verifica dei beni e dello stato della Parrocchia, “ invia il suo Vicario sul vicino cocuzzolo del monte, meglio noto col nome di Frata, dove c’è una Chiesetta appunto, in onore di Sant’Antonio Abate, senza alcun valore ( che vive cioè solo della carità della gente) .
Rileva però che le elemosine sono in mano di alcune persone del luogo, con grande svantaggio della Chiesa; e che quindi tale situazione suscita gravi pregiudizi anche nei confronti di coloro che le trattengono abusivamente……Allora dà mandato al Vicario di prendere le dovute misure per costringere i detentori a restituirne immediatamente almeno una parte.
Il Vescovo poi anche come legato della Sede Apostolica, concede generosamente un’indulgenza di 80 giorni, con validità perenne e per tutti i tempi a venire, a tutti coloro che visiteranno nel giorno della festa di Sant’Antonio, nel mese di gennaio (17) e in tutti i giorni festivi della Quaresima, nella festa di Pasqua e nei due giorni seguenti detta chiesetta”. Si avvicinavano frattanto tempi molto tristi e drammatici anche per questa zona. Varie pestilenze, che culminarono in quella de 1630 narrata anche dal Manzoni nei Promessi Sposi, falcidiarono la popolazione che vide ridotta la propria consistenza a circa un terzo di quella precedente.
Si comprende pertanto perché nel 1634 gli abitanti di Vestenanova, che nel periodo della peste (1630/1631) erano stati ridotti da 800 a 300, chiesero con insistenza, durante la visita del Vescovo Giustiniani, il permesso di erigere un nuovo altare da dedicarsi a S.Rocco, in adempimento di un voto fatto dalla comunità.
Vale la pena a questo scopo riprendere ora il discorso già abbozzato più sopra a proposito della Pala attribuita al pittore Giovanni Ceschini e inserita appunto nell’altare di S.Rocco della nuova Chiesa parrocchiale di Vestenanova. L’intenzione votiva contro la peste è dimostrata dalle figure ai lati che rappresentano S.Rocco e S.Sebastiano imploranti verso la Vergine in alto e dal corteo processionale verso la Chiesa di Sant’Antonio sul monte.
Vi è poi in basso una scena di impressionante realismo nella sua drammaticità. Su un carro agricolo trainato da buoi vi sono cadaveri e corpi esanimi che vengono trasportati verso la chiesa. Li precede sul davanti una figura femminile che si china su altri corpi a terra in atteggiamento di pietosa assistenza.
Una consolidata tradizione orale racconta di una vecchietta soprannominata “Masàla” che partiva con il suo carro dalla contrada Camponogara per raccogliere le vittime della peste e trasportarle verso la Chiesa adibita forse per l’emergenza anche a funzioni di lazzaretto o di ricovero temporaneo.
Si dice che la sua casetta fosse ai limiti dell’attuale contrada in località “Masài” e che i resti della sua abitazione siano poco sotto il verde prato che ora ricopre il sito.
Sappiamo del resto che proprio per una malcompresa intenzione di profilassi l’interno della chiesa di Sant’Antonio venne ricoperto dopo la peste da una spessa mano di calce viva per impedire il riaccendersi di epidemie da nuovo contagio. Il malaugurato intervento provocò non solo la temporanea copertura dello splendido ciclo pittorico parietale, ma anche una parziale impossibilità di giungere con il restauro al suo pieno recupero.
La Chiesetta sul monte peraltro continuò ad essere considerata “Chiesa Madre” anche allorché nel 1863 gli abitanti di Vestenavecchia decisero , dopo varie difficoltà ed incertezze, la costruzione della nuova Chiesa parrocchiale, come già avevano fatto Vestenanova, Bolca e Castelvero.
Il Parroco L. Pavoncelli ci racconta così la posa della prima pietra. “Li 14 maggio 1863 dopo le funzioni della sera partendo processionalmente da Sant’Antonio portando giù solennemente la pietra del fondamento e quivi benedicendola la posi nel cantone diritto del fondamento della Facciata “.
Questa nuova chiesa nella notte del 7 giugno 1891 venne investita, come tutta la zona, da forti scosse di terremoto e subì gravi danni. Don Giuseppe Roncari, che fu Parroco a Vestenavecchia dal 1884 al 1918, ci riferisce che “la Chiesa, fabbrica colossale di nuova costruzione ricevette tali guasti nella facciata e coro da dover esser chiusa all’Ufficiatura, e questo, per ordine dell’ingegnere tecnico che fece un sopra luogo per esaminare i danni e ciò fino a che non sia riparata ed assicurata”. Apprendiamo poi, dallo stesso parroco-cronista, che subito dopo il terremoto le funzioni venivano fatte in Sant’Antonio, che evidentemente aveva ben resistito alle scosse distruttive. Ma nel corso dei decenni successivi la Chiesetta venne adibita a diversi usi, prima ad aula scolastica e poi a teatrino, sino a trasformarsi in postazione militare per i partigiani durante l’ultima guerra.
Tutto questo portò l’intera struttura per incuria ed abbandono, ad un grave stato di degrado al punto da rischiarne la perdita definitiva. Fortunatamente negli anni ’70 una accresciuta sensibilità dei parroci del tempo, riuscì a richiamare l’attenzione della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici nonché di Enti Pubblici ed economici.
I lavori di restauro portarono dapprima al rifacimento del tetto e al risanamento delle mura perimetrali, a cui seguì la paziente opera di recupero dei preziosi affreschi che decorano la parte absidale e l’estradosso dell’arco che ne delimita l’accesso.
Oggi la Chiesa può essere agevolmente raggiunta salendo a piedi attraverso i due percorsi che avvolgono il monte della Frata inoltrandosi nella quiete serena del bosco ricco di roveri, frassini, carpini e castagni.
L’amore e la devozione della gente ha arricchito i sentieri con capitelli di buona fattura che allineano su l’uno le stazioni della Via Crucis e sull’altro i Misteri Dolorosi del Rosario.
Usciti sulla sommità del monte, la struttura della Chiesa si presenta al centro di una verde radura con pura linea architettonica di essenziale stile romanico. L’edificio si sviluppa lungo l’asse nord-ovest/ sud-est, un orientamento consueto per gli edifici sacri nei primi secoli.
Questa disposizione spaziale aveva infatti alla base una motivazione religiosa, in quanto metteva il sacerdote-celebrante al momento dell’Elevazione, nella condizione di protendere le braccia e lo sguardo in direzione dell’Oriente, verso i Luoghi Santi della vita di Cristo e della prima Celebrazione Eucaristica. L’interno della Chiesa, a cui si può accedere sia dalla porta centrale che da una porticina del lato destro prossima alla base del campanile inserito nel corpo absidale, ispira raccoglimento e meditazione.
Il tetto è sorretto dalle eleganti capriate delle travature in legno che orientano a volgere l’osservazione verso il fondo absidale. Il frontone di ingresso all’abside è sorretto da un arco che abbandona la forma “a tutto sesto “ e accenna ad uno slancio leggero verso l’acuto del gotico.
L’intera parete di questo frontone è ricoperta dagli splendidi affreschi del XVI sec., tornati a nuova luce dopo la pregevole opera di restauro degli anni ’80.
Al centro è la figura dell’”Ecce Homo”, con il capo leggermente reclinato sulla spalla destra e la fronte segnata dal sangue che scende dalle ferite della corona di spine.
La serenità del volto, il bianco delle vesti e la lucentezza della figura suggeriscono e rafforzano la fede nella Redenzione e nella certezza della Resurrezione. Ai lati è disposto il gruppo dell’Annunciazione; a sinistra, in ambiente regale e paludato, è l’Arcangelo che protende il braccio destro nell’atto dell’Annuncio, mentre a destra è la Vergine che reclina il capo e incrocia le mani pronunciando l’”Ecce Ancilla Domini….”.
Sulla parte sinistra di tutta la distesa affrescata si impone maestosamente una splendida Trinità, impressionante per fattura e per la profondità del messaggio. Un Padre austero, ma dallo sguardo rassicurante, regge la croce a braccia aperte, mentre la colomba dello Spirito aleggia sul capo del Crocifisso, del quale si intravvede solamente la sinopia. Su qust’ultimo particolare incompiuto, Carlo Caporal, esperto e attento studioso di pitture murali, avanza due possibili spiegazioni.
L’artista forse non fu in grado di terminare l’affrescatura in tempi utili, oppure completò in un secondo momento la figura del Crocefisso con colori a tempera che però non resistettero alla successiva spessa scialbatura che li ricoprì e che ne causò irreparabilmente la perdita. Questo tema della Trinità che rappresenta il Mistero di fede in forma di sintesi figurativa tanto incisiva ed immediata, ricorre anche in altri luoghi. E’ presente nella Chiesa di San Salvatore a Montecchia di Crosara, ma soprattutto se ne ritrova uno splendido esempio nella conca absidale destra di San Giovanni in Fonte a Verona.
Egualmente nella Chiesa della SS.Trinità di Verona, proprio sul frontone dell’arco che delimita la volta absidale, si può ammirare un’altra straordinaria raffigurazione dello stesso motivo.
Questa continuità e ricorrenza del tema della Trinità stanno a dimostrare, oltre ai possibili collegamenti di carattere storico e artistico, la comune finalità didattica e catechetica dei cicli pittorici parietali negli edifici sacri dei primi secoli. Era la maniera più semplice ed immediata per spiegare al popolo i fatti della Bibbia e i fondamenti del Cristianesimo.
Procedendo comunque nella nostra visita, oltepassato l’arco frontale, sulla parete del fondo absidale appare la solenne figura del patrono Sant’Antonio Abate, che anziché essere rivestito di abiti monacali, qui indossa solenni paramenti episcopali. Gli fanno da corona ai lati le immagini di S. Urbano Papa e S. Zenone Vescovo compatroni dell’attuale Parrocchia. Nella volta del catino absidale è raffigurato anche Dio Padre con il classico globo nella mano destra e la sinistra aperta nel segno della Trinità, mentre nei medaglioni che gli fanno da corona, sono dipinti i quattro Evangelisti.
L’ archivolto del frontone absidale è decorato con altre immagini di Santi e di Profeti che completano la serie dei preziosi affreschi. Tra le altre opere d’arte della Chiesa merita di essere ricordata la statua della Madonna del Carmine con il Bambino in braccio. Gli scapolari devozionali sui quali sono ricamati simboli religiosi, pendono dalla mano sinistra del Bambino e da quella destra della Vergine.
La statua, che è del XVIII sec., indossa vestiti ornati di preziosi ricami e porta sul capo un serto regale in argento riccamente lavorato.
La Madonna del Carmine si festeggia annualmente con la sagra patronale nella seconda domenica di Luglio.
Avviandoci all’uscita verso la porta centrale notiamo infine, sotto un bel frammento di affresco con la Vergine dell’Annunciazione, una lapide marmorea, posta per ricordare il periodo ( 1980-87 ) delle opere di recupero e di restauro della Chiesa e degli splendidi affreschi.


 

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